Dall’inizio di questa storia, che se fosse inverno si suderebbe tanto è intricata e che con questo clima c’è il rischio di squagliare, il CT della Nazionale italiana di calcio maschile doveva e poteva essere per tutti Roberto Mancini. Troppi legami con il nuovo presidente della FIGC, Giovanni Malagò, grande stima ancora inalterata nell’ambiente di Coverciano, un allenatore capace di mediare con i club e gli allenatori delle società, un buon ricordo lasciato ai tifosi con un Europeo vinto senza stelle e un Mondiale saltato che ha fatto male ma un po’ di meno rispetto agli altri (forse perché invernale, forse perché dopo una vittoria, forse perché la finalissima l’avremmo giocata contro il Portogallo in Portogallo).
Doveva e poteva essere Roberto Mancini, perché anche lui fortissimamente voleva e poteva, ma Malagò aveva deciso di sedersi di lato e scegliere strade tracciate da altri. E da quel momento il caos più assoluto: i a bordo, che vogliono Guardiola ma non disdegnano Ancelotti, Guardiola dice forse, Ancelotti pure, poi Guardiola dice no e anche Ancelotti dice no, Conte ha sempre detto sono qua, ma nessuno lo ha chiamato, Pirlo allora, ma Pirlo è un allenatore senza curriculum e poi la storia del betting russo, quindi niente Pirlo, e allora niente Maldini e Leonardo. Malagò seduto in ufficio più che sulla riva del fiume riceve di nuovo la palla infuocata del CT e a questo punto ordina a sé stesso e agli altri: “Decido io!”. E siamo tornati, dopo una farsa molto comica e tragica insieme, alla situazione di partenza: Roberto Mancini sarà il nuovo CT della Nazionale. Non si può ragionare per frasi fatte e quindi eliminiamo subito dal conto dell’oste frasi come “non tornare dove si è stati felici”, “le minestre riscaldate non sono mai buone” (che poi non è vero) e così via. Mancini torna perché è in piena sintonia con il presidente della Federazione, perché è ancora un buon allenatore, perché sa cosa fare con e nell’Italia del pallone. In questo senso è una scelta corretta.













