Investire sulla conoscenza, per rafforzare la competitività e dunque lo sviluppo economico e sociale dell’Italia (e dunque dell’Europa). È questa la sintesi strategica che investe sempre più chiaramente la responsabilità del governo e delle istituzioni, delle forze politiche, economiche e sociali, delle strutture della formazione e della cultura. Maggiore intelligenza umana per costruire e governare i processi dell’AI. Più solide relazioni tra tecnologia, cultura umanistica e saperi scientifici. Una robusta cultura d’impresa che, al di là di una sempre più sofisticata téchne, continui a tenere insieme Kultur e Zivilisation, i valori spirituali e morali con il progresso materiale e tecnico.

Una “cultura politecnica”, insomma (come da anni si usa teorizzare, per esempio, in una multinazionale come Pirelli) come sintesi tra umanesimo e scienza, centralità della persona umana e risultati di processi produttivi guidati dalle tecniche sempre più sofisticate. Conoscenza, appunto. Ricca, sofisticata, progressiva. Un nuovo “umanesimo industriale” e adesso “digitale”, costruito sui meccanismi dell’ “imparare a imparare”. E forte di un dialogo costante tra le radici storiche dei processi economici e produttivi e l’attitudine costante all’innovazione.