La neo-lingua del web la chiama banter era: è l’epoca degli sfottò, del dileggio globale, della decadenza che chiude in ignominia gli imperi calcistici più gloriosi tra mollezze e corruzione, brocchi e scelte cialtronesche. Che la Nazionale italiana ci stesse sguazzando da anni, alternando psicodrammi, speranze mal riposte e disastri sempre più creativi, è un fatto che ci devasta ma a cui ormai eravamo abituati, tipo il riscaldamento globale. Ma che oltre l’Azzurro da barzelletta si potesse scendere ulteriormente nel sottoscala dell’imbarazzo come fatto nei 117 giorni tra lo spareggio perso in Bosnia e lo sconcertante balletto di ieri non lo immaginavamo. E neanche lo meritavamo.La lunga primavera-estate del nostro scontento inizia a Zenica, la notte fonda del terzo Mondiale di fila mancato. Un suicidio sportivo, una partita dominata buttata via come un referendum sulla giustizia già vinto. Bastoni espulso, i rigori spietati, le lacrime di Gattuso e si ritorna alla casella di partenza senza passare dal «via» per l’ennesima sessione di auto-analisi collettiva, come dopo Ventura, come dopo Mancini: dove abbiamo sbagliato, signora mia che tempi, i bambini non giocano più all’oratorio per colpa dei social, una volta qui era tutta campagna e 4-4-2, miliardari viziati, ripartire dai vivai.Neanche i fioristi hanno mai parlato tanto di vivai, il Paese degli ottuagenari vuole talentini giovani e si aspetta l’ennesimo repulisti. Riemerge dai lembi oscuri del passato perfino il sacro testo, il Corano del Codino, le 900 pagine del dossier Baggio che indicano la retta via per ritornare ai tempi di quando eravamo re. Il tutto mentre sulla panchina ci finisce Baldini Silvio, il baffo che conquista il cuore del pueblo maledicendo il calcio «in mano ai lestofanti». Abbastanza per purgare nel giacobinismo i peccati di hybris del sistema e aizzare le folle. E comunque Baldini ct chiude l’interim con due vittorie e zero gol subiti, 100% di successi convocando solo ragazzini. Si respira rivoluzione. Nella caduta, c’è voglia di catarsi.E invece va in scena uno spettacolo più avvilente di ogni eliminazione, perché non ci sono pali e palle rotonde a fungere da alibi, non ci sono le «ragioni misteriose che la ragione non conosce» che rendono il calcio sorprendente. C’è solo la solita palude azzurra, che nel tempo si è fatta ineluttabile come il Nulla della Storia infinita. Si passa dal tira-e-molla sulle dimissioni del presidente Gabriele Gravina al tira-e-molla su Giovanni Malagò, il tutto in un sibilare di veleni e cosche, ognuna indaffarata a tirare il brago al suo mulino macilento. Ministeri e Leghe, club e sindacati, potentati e lobby. Colpa della pirateria, certo. Intanto carte bollate, la battaglia miserabile per escludere il Re Mida dei Cerchi Olimpici, il comma che gli regala finalmente il trono della Figc.Il popolo già fantastica sui nuovi miracoli di Malagò e su Sandro Tonali assurto a divinità sulle orme di Federica Pellegrini, ma di nuovo ecco l’odore stantio di giochini di palazzo: mentre guardiamo in tv i gol di Mbappé, Haaland e Kane, con il sospetto che pure con Capo Verde le avremmo prese - perché va bene la palude, ma gli scarponi sono scarponi -, nelle stanze si lavora a nuovi tira-e-molla e missioni possibili. Convincere san Paolo Maldini, patrono della difesa, a diventare direttore tecnico. Affidarsi a Leonardo, forse scambiandolo per l’omonimo genio rinascimentale. Buttare sul tavolo i miraggi di Guardiola e Ancelotti, richiamare il capodelegazione Gigi Buffon. Spacciare messia come l’elisir di giovinezza del medico di De André, in un vortice di goffe sparate e veti incrociati sfociati nella pantomima triste e finale: Andrea Pirlo, il Maestro che in panchina ha un curriculum poco professorale tra Fatih Karagümrük, Sampdoria e United Fc a Dubai, accolto con scetticismo e poi spazzato via da una shit-storm iniziata con uno sponsor russo inappropriato e conclusa con una gogna tanto feroce quanto ipocrita. Il resto sono le dimissioni di Maldini e Leonardo dopo 16 giorni, meno dell’inserimento dei bimbi all’asilo: torte in faccia, musichetta del Benny Hill show, Thiago Motta, una pernacchia, Conte e Mancini l’usato sicuro. Sipario.Doveva essere l’estate dell’autocoscienza, della lucidità decisionista e del rilancio. È stata la pagina più ridicola della storia di un movimento calcistico vittima della sua prosopopea e della convinzione di potersela sempre cavare con la classe, il pedigree, le risalite dopo le discese ardite. Perché dopo le scommesse ci fu il Mundial e dopo Calciopoli il cielo sopra Berlino, ma stavolta dopo la melina c’è solo un altro autogol. Peggio di così, solo se a commentarlo ci fosse Lele Adani.