Milano – Nelle belle intenzioni doveva essere un progetto di 8-10 anni (Paolo Maldini dixit), addirittura c’era chi voleva ragionare sulla “politica dei 100 giorni“ (parola di Urbano Cairo), e invece fra polemiche, veleni e colpi di scena il progetto di rilancio della Nazionale si è sbriciolato in molto meno tempo. Sedici giornate appena, tanto è durata la Triade del pallone italiano, il cui intento di condivisione nelle scelte, nella buona sorte ma anche in situazioni critiche, è naufragato miseramente. Una partita persa (malissimo) ancor prima di scendere in campo.

Tutta colpa dell’insalata... russa risultata indigesta, ovvero il contratto di collaborazione di Andrea Pirlo, ct “in pectore“, con Fonbet – colosso di Mosca nel betting -? Forse sì. O forse quello è stato solo un pretesto.

Perché le dimissioni del direttore tecnico Paolo Maldini e dell’advisor Leonardo a seguito della bocciatura di Andrea Pirlo e il tentativo fallito di ricomposizione da parte del numero uno del calcio italiano rappresentano il punto di non ritorno di un percorso ambizioso, fin troppo, dove in poco più di due settimane sono state più le figuracce rimediate e le promesse degli atti concreti. Ci eravamo tutti illusi quando Giovanni Malagò annunciò il suo colpo: “Ho convinto Paolo Maldini, sono un persuasore vero”. Bene. Colpaccio. “Condivideremo tutto”, dicevano. Con Maldini che precisava: “Cerchiamo gli allenatori migliori, e comunque l’allenatore dovrà pensare e agire come noi”. Spazzati via gli ingombranti Conte e Mancini (che adesso clamorosamente si giocano il testa a testa per la panchina), non considerato Silvio Baldini (l’unico tecnico federale che davvero poteva essere preso in considerazione, ma troppo schietto e quindi molto scomodo) ci si era buttati su Ancelotti e Guardiola. Due mostri sacri.