Con i prezzi dei carburanti nuovamente alle stelle, il governo – incalzato dall’opposizione – ha varato l’ennesimo sconto sulle accise. In Italia, nessuna idea politica è tanto bipartisan quanto il deficit. Sarebbe meglio evitare di ripetere gli errori del passato.
Gli sgravi fiscali “a fisarmonica” tra il 18 marzo e i primi di luglio, inizialmente pari a venti centesimi al litro su benzina e gasolio, hanno drenato circa 1,5 miliardi di euro dal bilancio pubblico. Ieri il Consiglio dei Ministri ha messo sul piatto altri 125 milioni di euro per uno sconto da diciassette centesimi sul gasolio, valido fino al 6 agosto. Forse il governo avrebbe voluto replicare l’esperienza degli scorsi mesi – che, per dimensioni, è seconda solo al maxi-taglio da venticinque centesimi del 2022, costato circa nove miliardi – non vi sono le condizioni. Così, si punta a una più modesta sforbiciata, sfruttando il meccanismo delle “accise mobili”, che difficilmente potrà valere più di cinque centesimi al litro, e altre risorse prese dalle sanzioni antitrust e dal fondo per gli interventi strutturali di politica economica. Meglio di niente? Fino a un certo punto: perché, in questo come in altri casi, il metodo è altrettanto importante della sostanza.













