«Uno Stato normale non può tollerare una cosa del genere: non è dissenso, è violenza organizzata». Giorgia Meloni ha lasciato il cantiere Tav di Chiomonte con queste parole. Con lei il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, che ha invocato «l’unità delle forze democratiche».
La visita serviva a constatare di persona gli effetti degli assalti di sabato scorso durante la marcia No Tav in Val di Susa, tradizionale appuntamento estivo del Festival dell’Alta Felicità.
Nelle stesse ore, mentre premier e ministro erano nell’area di lavoro insieme al capo della Polizia Vittorio Pisani, al questore di Torino Massimo Gambino e al prefetto Donato Cafagna, le forze dell’ordine hanno intensificato i controlli a Venaus con posti di blocco, all’uscita dei partecipanti dal campeggio dei tre giorni del Festival. In serata risultavano identificati oltre mille attivisti, che si sommano ai 436 già fermati domenica.
L’inchiesta della Procura di Torino ipotizza il reato di devastazione, senza escludere un’evoluzione verso fattispecie più gravi, comprese eventuali contestazioni associative. Per due dei quattro fermati è stato disposto l’allontanamento dall’Italia con divieto di reingresso per tre anni.
«Centoventi operatori delle forze dell’ordine sono rimasti feriti negli scontri di sabato scorso contro l’infrastruttura dell’Alta velocità Torino-Lione. Uno scenario che si vede molto bene qui dietro: non è la scena di una guerra, è la scena di una presunta contestazione», ha sottolineato Meloni davanti a un sito irriconoscibile. «Noi faremo tutto quello che possiamo per assicurare queste persone alla giustizia e chiediamo anche a chi ne è responsabile, alla magistratura, a tutti gli inquirenti, di fare il massimo del lavoro».










