di Gerardo Ongaro
Come al solito, eventi clamorosi come il caso Pirlo vengono usati dai potenti a scopi strumentali, poco edificanti, e dal pubblico come occasione di diatribe in bianco e nero, come se la vita non fosse bella anche perché complessa, piena di misteri.
Un tempo, molte discussioni vivaci, e per anche per questo interessanti, erano su temi concreti che determinavano visioni della società contrapposte. Chi oggi desidera tornare a quel dibattito, con argomenti che un tempo erano legittimi, viene tacciato di populismo. Come nella standardizzazione globale delle misurazioni tecniche, sembra che il pensiero unico sia stato omologato definitivamente con regole planetarie non scritte, inattaccabili. Un tempo il dibattito sul consumismo era pane quotidiano. Ora, in nome del Dio Pil siamo condannati a consumare eternamente, anche se non ne abbiamo bisogno, rovinandoci la vita e rovinando il pianeta, altrimenti l’economia va in malora. Guai mettere in discussione il mercantilismo che impregna ogni aspetto della nostra vita; guai mettere in discussione il tipo di successo che siamo condannati a perseguire, perché il fallimento la società non ce lo perdona – lo sfigato non è più uno sfortunato vittima delle circostanze, è marchiato a vita dal suo dna, colpevole dei suoi fallimenti.












