La vicenda Pirlo, in continua evoluzione e che potrebbe/dovrebbe portare, dopo il “niet” all’ex fuoriclasse di Milan, Inter, Brescia, Reggina, Juventus e New York alla panchina dell’Italia, alle immediate dimissioni del direttore tecnico Paolo Maldini – e naturalmente anche del consigliere Leonardo -, si presta a riflessioni in ordine sparso. La prima riguarda direttamente la questione dell’agenzia di scommesse di cui Pirlo è testimonial. La vicenda, che già aveva alimentato polemiche, è esplosa perché Fonbet, fondata negli anni Novanta, è uno dei giganti del settore “bookmaker” russo, con un volume di affari di 20 miliardi di euro l’anno. Può contare su quattromila dipendenti ed è partner della federazione calcistica di Mosca. Dal febbraio 2022, con l’invasione ucraina da parte delle forze armate di Putin, l’Italia è, di fatto, nemica della Russia. Il polverone politico scoppiato sabato scorso, alimentato ad arte da chi non voleva Pirlo nel ruolo di ct, era prevedibile. A questo punto, s’impone però una domanda: se Pirlo avesse avuto nel suo portafoglio un rapporto di affari con un’agenzia ucraina, tutto regolare? No, non sarebbe stato regolare. Per una ragione molto semplice: non va bene il legame tra uno sportivo e un’agenzia di scommesse. Dietro al mondo del “betting”, c’è un male neppure tanto oscuro che corrode milioni di persone: la ludopatia. Non va bene che uno sportivo sia il testimonial di un settore come questo. Un atleta o un ex atleta non può rappresentare le scommesse, allo stesso modo con cui non può farlo con le compagnie di tabacco o di alcolici. Pirlo ha sbagliato a compiere questa scelta o a condividerla. Il ct della nazionale non può essere l’uomo-copertina di un’agenzia di scommesse: russa, ucraina, inglese o americana. E’ profondamente sbagliato sul piano etico.