L’accusa di greenwashing fa paura, e la paura è tale che molte imprese, semplicemente, evitino di menzionare quel che stanno facendo anche in via assolutamente meritoria, per portarsi così alla giusta distanza dal potenziale tiro incrociato che potrebbe scatenarsi24 da un momento all’altro a opera di stampa, NGOs ecc. Perché sostenere che un pacato silenzio è peggio di uno scandalo di simulazione?
Per almeno un paio di motivi: tutto quel che si comunica rappresenta, al netto del messaggio in sé, l’avvio di un patto più meno implicito tra fonte e ricevente. Come tale, un messaggio «green» implica per chi lo riceve l’alert di vigilare affinché l’impegno diventi realtà e raggiunga il risultato prefissato. Ma, prima ancora, per chi lo diffonde si genera un impegno, quello di assolvere alla promessa che si sta facendo. Questo impegno sviluppa commitment, e funge non solo da pungolo esterno, ma anche da pungolo interno all’azienda stessa: chi prima promette, poi deve fare.
Ammettendo che la fonte del messaggio non stia barando, e che dunque non abbia alcuna intenzione di darsi a uno sterile e controproducente greenwashing, se fa ma non comunica è esattamente come se non facesse. Ciò che non si comunica non esiste, e in un frangente come questo, in cui tutti abbiamo la responsabilità di fare e fare bene, il non comunicarlo azzerandone le potenzialità diventa un contributo deliberato alla fallacia imperante sul campo del sostenibile.







