Il presidente americano Trump, piccato perché l’Unione Europea ogni tanto si permette di fare il solletico pecuniario ai suoi padri-padroni delle big tech Usa sanzionate per aver violato la concorrenza o non pagato le tasse, ha rispolverato dal 1930 la definizione legale di «lavoro forzato» nella sezione 307 del «Tariff Act» («ogni lavoro o servizio estorto a qualsiasi persona sotto la minaccia di una qualsiasi sanzione») per argomentare che 60 economie (Ue compresa), da cui arriva circa il 99,4% delle importazioni Usa, vadano colpite con dazi perché, non vietando legalmente le importazioni di beni prodotti con il lavoro forzato, permetterebbero ai produttori stranieri di abbattere i costi e danneggiare le aziende statunitensi: cotone dello Xinjiang, riso del Myanmar o tabacco del Malawi, ha scovato un’indagine dell’Ufficio del rappresentante al Commercio, Jamieson Greer.

E pensare che aveva più sotto mano un nitido esempio di «sistematico sfruttamento» 12 ore al giorno di operai «retribuiti fra 1,50 e 1,91 euro l’ora» e costretti a «riprendere immediatamente l’attività lavorativa» anche se «febbricitanti, feriti o reduci da cure ospedaliere», taglieggiati con prelievi forzati sugli stipendi per accollare loro pure le spese di vitto e alloggio, in una «vera e propria scelta datoriale» fondata sulla «negazione dei più basici diritti» a forza di «condotte intimidatorie, umiliazioni, aggressioni verbali e minacce di rimpatrio». Solo che poi l’amministrazione Trump avrebbe dovuto indicarne il teatro: Milano, cantiere da 200 milioni di dollari del nuovo consolato Usa, «controllo giudiziario» di Caddel Construction e cioè dell’appaltatore americano che in partnership con il colosso turco Encka realizza le sedi diplomatiche statunitensi in giro per il mondo, un dirigente turco e uno indiano da 40 giorni in carcere per il caporalato quotidiano ai danni di operai indiani convogliati da un’agenzia di Nuova Delhi. Rientra abbastanza nella sezione 307 del «Tariff Act» del 1930?