| 24 Luglio 2026 16:02 |
5 minuti per la lettura
(Adnkronos) – L’amministrazione Trump ha imposto una nuova serie di dazi doganali globali a 60 Paesi partner, tra cui quelli dell’Ue, accusandoli di pratiche sleali per non aver applicato divieti adeguati contro le merci prodotte con il lavoro forzato.
Questo nonostante i Paesi come il Canada e quelli dell’Unione, soggetti a nuovi balzelli del 10%, abbiano già normative attive contro lo sfruttamento lavorativo. Come hanno spiegato i funzionari statunitensi, l’attuale livello di applicazione di tali leggi all’estero è inefficace e penalizza ingiustamente le imprese americane, anche se diversi osservatori e legislatori Usa di opposizione vedono questa nuova accusa semplicemente come un pretesto per conservare l’impianto tariffario fortemente voluto da Donald Trump dopo che la Corte Suprema statunitense ha invalidato le basi precedenti con una decisione di febbraio.
La base legale per questo nuovo sviluppo è la Sezione 301 del Trade Act del 1974, che consente al presidente di imporre dazi sui Paesi stranieri che intraprendono pratiche commerciali irragionevoli o discriminatorie. In questo caso, il termine “lavoro forzato” fa riferimento alla definizione legale contenuta nella Sezione 307 del Tariff Act del 1930: “ogni lavoro o servizio estorto a qualsiasi persona sotto la minaccia di una qualsiasi sanzione per la sua mancata esecuzione e per il quale il lavoratore non si offra volontariamente”, includendo il lavoro minorile di questo genere. L’ufficio del rappresentante al Commercio Usa (Ustr) Jamieson Greer ha utilizzato questo concetto come base per un’indagine ai sensi della Sezione 301, rilevando che le 60 economie, da cui arriva circa il 99,4% delle importazioni Usa, non avevano vietato legalmente le importazioni di beni prodotti con il lavoro forzato o non avevano applicato i divieti esistenti sulla carta.










