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L’amministrazione del presidente statunitense Donald Trump ha imposto nuovi dazi sulle importazioni da 60 paesi, sostenendo che serviranno a contrastare il ricorso al lavoro forzato nelle catene di approvvigionamento globali. I dazi riguardano diversi partner commerciali degli Stati Uniti, tra cui Cina, Unione Europea, Giappone, India, Regno Unito, Canada e Messico.
Vanno dal 10 al 12,5 per cento a seconda dei paesi, e sostituiscono quelli temporanei del 10 per cento introdotti nei mesi scorsi dopo che la Corte Suprema aveva giudicato illegali molti di quelli introdotti durante il suo secondo mandato da presidente. Sono entrati in vigore alle 6 di mattina italiane, quando scadevano i precedenti.
Per aggirare la decisione della Corte Suprema, l’amministrazione Trump ha fatto ricorso alla Section 301 del Trade Act del 1974, una legge che consente al governo statunitense di reagire a pratiche commerciali considerate scorrette da parte di altri paesi.
Per lavoro forzato si intendono le situazioni in cui una persona è costretta a lavorare contro la propria volontà, per esempio attraverso minacce, violenze, ricatti o il controllo dei documenti personali. L’amministrazione Trump sostiene che nei paesi colpiti dai dazi vengano ancora prodotti beni facendo ricorso al lavoro forzato e che i governi non abbiano fatto abbastanza per impedirne l’esportazione negli Stati Uniti.











