Eccentrico, sublime, commovente Piero di Cosimo. Fu nella bottega di Cosimo Rosselli, pittore fiorentino dal quale prese il nome, come se ne fosse il figlio. Già tra i giovani suoi coetanei, nel circolo di Rosselli, si distingueva: «spirito molto elevato, molto stratto e vario di fantasia». Non si faceva in tempo a terminare un ragionamento che lui era già altrove, perso nei suoi pensieri.

Con il maestro Cosimo, Piero lavorò nella Cappella Sistina, chiamato da papa Sisto IV. Qui si ricordano i «molti ritratti di persone segnalate», fra i quali quelli del duca Valentino e di Alessandro VI. Nei suoi dipinti di soggetto religioso, eseguiti nel corso degli anni Ottanta del ’400, come la Sacra Conversazione per l’Ospedale degli Innocenti e la Visitazione per la chiesa di Santo Spirito, ora a Washington, Piero di Cosimo rivela una spiritualità originale, non accontentandosi mai di soluzioni iconografiche prevedibili.

Ma, con la morte di Cosimo, Piero deflagra. Un istinto selvaggio si impossessa di lui, lo rende animale, eppure non smette mai di tradursi in bellezza, come Dioniso nel mito greco. È questo travaso ad affascinare Vasari, tanto da dedicargli uno dei ritratti più riusciti delle sue Vite: «Del continuo stava rinchiuso, e non si lasciava veder lavorare, e teneva una vita da uomo più tosto bestiale che umano». E ancora: «Non voleva che le stanze si spazzassino, voleva mangiare all’ora che la fame veniva, si contentava veder salvatico ogni cosa come la sua natura, allegando [motivando] che le cose d’essa natura bisogna lassarle custodire a lei senza farvi altro». La natura e gli animali, nelle loro stranezze e mostruosità, lo accendevano.