«Le opere del modenese sono magnetiche quanto una parete d’acciaio sui fiordi norvegesi. O un relitto di vascello che verrà un giorno rinvenuto, con la stiva carica di fumo e bottini di piraterie. Appunto, i pirati. Cioè gli uomini più prossimi a questi tali artisti. Visionari del calibro di Wainer Vaccari». Chi scrive è Aurelio Picca, raro scrittore, capace di dare vita pulsante, in ebollizione, a tutto ciò di cui scrive.
E in particolare modo quando la sua penna tocca l’opera d’arte, come accade oggi per Wainer Vaccari, e come è accaduto poche settimane fa per la sua riscoperta di una inedita grande tela (3,60 x 1,86 metri) del 1983, di Mario Schifano, dimenticata nel carcere di Frosinone, una Madonna, La regina dei carcerati.
Wainer Vaccari, nato nel 1949, è forse il solo artista italiano ad avere perfetta coscienza della Nuova oggettività tedesca, negli stessi anni in cui la importa in Italia Emilio Bertonati, con la sua Galleria del Levante. Vaccari viene da una ricerca nella pittura astratta e informale, obbligatoria negli anni Settanta, ma l’incontro con Christian Schad e Chuck Close lo orienta, prima di ogni altro, a dipingere ritratti di implacabile e congelato realismo che passano attraverso la fotografia, trasfigurandola in una glaciale freddezza. «Usavo fotografie, non direttamente i modelli» dichiara Vaccari «e le opere che ne nascevano perdevano completamente la dimensione di immagine fotografica, trasfigurandosi in altro, in qualcosa di strettamente pittorico».







