Brutto carattere, travolgente pittore. Di Jacopo Carucci detto il Pontormo (nato nel 1494 e morto il primo giorno del 1557) scrive Vasari, nelle sue Vite, che, ricevuti dal duca Alessandro de’ Medici 50 scudi per un suo ritratto, a Pontormo venne in animo di ristrutturare la sua abitazione. Ma non si risolse mai, perché la sua casa rispecchiava la sua natura “di uomo fantastico e soletario”. Prova ne era che “alla stanza dove stava a dormire e tal volta a lavorare si saliva per una scala di legno, la quale entrato che egli era, tirava su con una carrucola, a ciò niuno potesse salire da lui senza sua voglia o saputa”.

Non si proteggeva solo da creditori o scocciatori, ma, se è vero quanto annota il Pontormo nel suo imperdibile Diario, non rispondeva neppure ai suoi più cari amici che si affannavano, forse preoccupati, a bussare alla sua porta: “15, domenica (marzo 1556): fu pichiato da Bronzino e poi el di’ da Daniello: non so quello che si volessino”. Non lo sapeva, ma è certo che non aveva intenzione di scoprirlo. E non c’era verso di convincerlo ad alcuna impresa artistica, se non ne aveva voglia: “non voleva lavorare se non quando et a chi gli piaceva, et a suo capriccio”.

“Una volta” continua Vasari “particolarmente dal Magnifico Ottaviano de’ Medici, non gli volle servire, e poi si sarebbe messo a fare ogni cosa per un uomo vile e plebeo e per vilissimo prezzo”. Lavorò piuttosto per il muratore Rossino (“prelibato” operaio, sottolinea il Vasari) pagandolo con un ritratto di “Nostra Donna” e uno di Giulio cardinal de’ Medici, tanto ben fatto che Vasari lo commenta così: “tolto da uno di mano di Raffaello”. Meglio lavorare per un muratore, che ossequiare chicchessia controvoglia.