Jean-Jacques Bouchard era il tipo dell’avventuriero colto e libertino, di quelli che in epoca barocca conoscevano l’arte del vivere mettendosi al servizio di nobili e praticando occasionalmente l’attività letteraria.

Si racconta che, quando giunse a Roma nel 1631 entrando da porta Cavalleggeri, rimase folgorato dalla cupola di Michelangelo, «la cosa più bella e magnifica che si trovi oggi in Europa», mentre poche centinaia di metri più avanti, a Castel Sant’Angelo, quasi gli venne un colpo nell’immergersi nel dedalo dei vicoli.

Roma barocca era una fabbrica di bellezza (nuove strade, piazze, chiese) ma anche un inferno in terra per i sudditi del Papa Re. Sulla spinta della Controriforma e dell’ambizione dei pontefici, la città incontrava il genio di artisti visionari mentre continuava a crescere in maniera convulsa attirando immigrati dalle province pontificie molti dei quali morivano nelle ricorrenti ondate di peste e malaria.

L’INQUISIZIONE si faceva garante del distanziamento sociale tra clero, corte papale, nobiltà nera e la moltitudine di manovali, artisti, artigiani, servi e mendicanti. Grandi contrasti che, ieri come oggi, rendono Roma una delle più potenti macchine narrative.

Mario De Quarto si cimenta sullo stesso connubio splendore/miseria che folgorò il viaggiatore francese tuttavia invertendo lo sguardo. Anche perché, quattro secoli dopo, lui è nato proprio in quel rione Ponte che spaventò il francese. Lo ha raccontato tempo fa in Speravamo nei miracoli. Il dopoguerra in un rione di Roma (Marsilio, 2014). Ora, invece, la sua passione dichiarata per i grandi romanzi che hanno rivelato l’epoca barocca, gli fa cercare i Renzo Tramaglino e i Sancho Panza della Roma del ‘600.