Rosso Fiorentino muore nel 1540 a Fontainebleau. Per Vasari, la cui prima edizione delle Vite è di soli dieci anni dopo (1550), dunque non c’è ragione di non prestargli fede, fu un suicidio. Tendo a credere a lui, nonostante non manchino autorevoli e verosimili pareri contrari, perché il suo racconto è generoso di dettagli, degni di un contemporaneo giallo estivo, qualora i mezzi di comunicazione avessero potuto coprire il “fatto”.
Giovan Battista di Jacopo di Gasparre («il quale era grande di persona, di pelo rosso conforme al nome») commissiona a un suo fattore di procurargli a Parigi un «velenosissimo liquore», di cui avrebbe dovuto servirsi per alcuni colori e vernici, ma in realtà nascondendo ben altre e cattive intenzioni: «mostrando voler servirsene per far colori o vernici, con animo, come fece, d’avelenarsi».
Vasari al solito è particolarmente generoso nella narrazione e allo stesso tempo preciso, segno che di questo supposto suicidio la eco era, anche dieci anni dopo, molto viva. Il contadino – racconta Vasari con gusto boccaccesco – per non disperdere il liquido, durante l’intero viaggio di ritorno da Parigi a Fontainebleau tenne il dito sulla bocca dell’ampolla che custodiva il veleno.








