Mentre a Roma si discute se le parole del procuratore di Palermo Maurizio De Lucia siano eccessive, in Calabria quelle stesse parole sembrano avere già trovato una traduzione giudiziaria. “Le carceri non sono più sotto il controllo dello Stato“, ha denunciato il magistrato palermitano. “Vi sono conference call tra chi sta fuori, chi sta dentro e chi è in un altro carcere”. Poi la frase che ha fatto esplodere lo scontro con il ministro della Giustizia Carlo Nordio: “Le carceri non esplodono soltanto perché i detenuti non vogliono farle esplodere”.
Parole durissime. Ma basta scendere qualche centinaio di chilometri più a sud e aprire i fascicoli della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro per scoprire che non si tratta solo di ciò che un procuratore afferma in pubblico ma di indagini che hanno già documentato un fenomeno inquietante e fin qui sottovalutato.
Boss detenuti che telefonano all’esterno. Smartphone e tablet nelle celle. Comunicazioni tra appartenenti alla criminalità organizzata rinchiusi in penitenziari diversi. Social network utilizzati dietro le sbarre. Direttive operative impartite dal carcere. Estorsioni e affari del clan che, secondo gli investigatori, continuano nonostante la detenzione. In Calabria questa storia ha almeno tre nomi: Call Me, Libeccio e Open Gates.










