GIustizia
Stefano Giordano
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«Le carceri non sono più sotto il controllo dello Stato», dice il procuratore di Palermo Maurizio De Lucia. «È lui che ha perso il controllo di sé stesso», replica il ministro Carlo Nordio, accusandolo di offendere l’intero corpo della polizia penitenziaria. Due allarmi veri e un solo errore, in comune: essersi parlati attraverso i giornali. De Lucia non parla a vanvera: dalle celle partono ordini, estorsioni, perfino acquisti di munizioni, e proprio in questi giorni una lettera di Nino Madonia, detenuto al 41-bis, è arrivata sulla scrivania della presidente aggiunta dei gip di Palermo, Antonella Consiglio, scavalcando i filtri del Dap. Ma nulla di tutto ciò nasce oggi.
All’Ucciardone, si racconta, si brindò la notte in cui uccisero Dalla Chiesa; nel 2013 le parole di Totò Riina, al 41-bis di Opera, uscirono dal passeggio e finirono su tutti i giornali; i telefoni sequestrati nelle celle erano 250 nel 2015 e 1.886 nel 2019; e la condanna europea Torreggiani, che fotografò carceri contrarie alla dignità umana, porta anch’essa la data del 2013. Si sono alternati governi di ogni colore: il problema è rimasto lì. Proprio per questo la generalizzazione non aiuta: dire che il controllo appartiene alle organizzazioni criminali significa rilasciare ai boss l’attestato di potenza che vanno cercando e mettere nello stesso fascio migliaia di agenti lasciati soli. Ma non basta difenderne l’onore: finché le condizioni restano queste, per chi vigila e per chi è detenuto, chi comanda dalla cella trova terreno fertile. E c’è il rischio peggiore: che un grido d’allarme diventi, nel giro di un’ora, una bandiera da agitare contro o a favore del governo.










