Il capo dei pm di Palermo: "In un anno e mezzo sequestrati 297 cellulari solo ai detenuti del capoluogo siciliano". Poi lancia l'allarme: "Cosa nostra punta ai droni lanciamine"
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Mafiosi di grosso calibro con la disponibilità di cellulari appena varcata la soglia del carcere, conversazioni tra boss capaci di dialogare liberamente da dietro le sbarre, clan a caccia di armi hi-tech come i droni lanciamine. Questo il quadro allarmante che esce dall'audizione del procuratore di Palermo Maurizio de Lucia che ieri, per tre ore, ha mostrato a deputati e senatori il volto della mafia post cattura di Matteo Messina Denaro. Dichiarazioni attese, quelle del magistrato, specie dopo le polemiche seguite alle esternazioni del ministro della Giustizia Nordio che l'aveva definito "fuori controllo". De Lucia nel corso di un incontro pubblico aveva lanciato l'allarme sulla permeabilità degli istituti di pena "in mano alla criminalità organizzata". E il ministro aveva bollato le accuse come un affronto alla polizia penitenziaria. Il capo dei pm di Palermo però non ha fatto dietro-front e, pur testimoniando stima e gratitudine verso la polizia penitenziaria, ha ribadito che le carceri italiane, non soltanto quelle della Sicilia, sono di fatto un colabrodo.










