La mafia riesce a “governare” anche da dentro le carceri. Inutile girarci attorno. Inutile provare a ridimensionare l’allarme. Quando un boss riesce tranquillamente a fare una videochiamata che diventa un summit mafioso da remoto qualcosa nel sistema penitenziario non funziona. Ed è la stessa polizia penitenziaria che da anni chiede misure più incisive per evitare l’introduzione dei telefonini nelle case circondariali.

Le carceri sono un colabrodo. Lo ha ribadito ieri a Palazzo Macuto a Roma il procuratore di Palermo, Maurizio de Lucia. Il magistrato, nel corso dell’audizione in Commissione nazionale Antimafia, ha mostrato il volto di Cosa nostra siciliana dopo la cattura di Matteo Messina Denaro.

Le parole di de Lucia erano molto attese, soprattutto dopo la polemica per l’allarme che il procuratore di Palermo aveva lanciato sulla permeabilità degli istituti di pena «in mano alla criminalità organizzata». Il ministro della Giustizia Carlo Nordio non aveva gradito le esternazioni del procuratore, considerandolo quasi un affronto. Ma il capo della procura di Palermo, ieri, ha rincarato la dose pur esprimendo stima e gratitudine. «Nei soli istituti di pena di Palermo Pagliarelli e Ucciardone abbiamo scoperto a disposizione dei detenuti, tra il 2025 e il primo semestre del 2026, 297 cellulari. E centinaia ne abbiamo trovati in tutta la Sicilia. Questi sono quelli che abbiamo recuperato, la cui introduzione nelle celle cioè è fallita. È immaginabile quanti invece siano riusciti a entrare senza che ce ne accorgessimo», ha detto de Lucia.