Ci proveranno entrambe, ma la strada al momento è quasi pregiudicata. Bari e Lecce continuano a sognare di entrare le cinque città «elette» per ospitare la porzione italiana dell’Europeo 2032, assegnato al Belpaese a braccetto con la Turchia. Ma mentre nella nazione anatolica c’è l’imbarazzo della scelta per selezionare gli impianti pronti alla manifestazione (gli stadi che rispondono ai requisiti Uefa sarebbero addirittura dodici), in Italia è già scattata la corsa contro il tempo per non farsi sfilare la candidatura.
Il problema di Bari e Lecce, dunque, non è tanto una concorrenza al momento relativa, quanto oggettive difficoltà strutturali. Il San Nicola, per rispondere ai 130 requisiti richiesti dalla Uefa, dovrebbe affrontare un adeguamento di quasi 170 milioni di euro, in parte ridotti dopo i sopralluoghi di marzo. Ma anche rinunciando alla copertura integrale dell’impianto, la spesa non scenderebbe sotto i cento milioni poiché sarebbe indispensabile quantomeno l’eliminazione della pista di atletica con un conseguente intervento strutturale già sottoposto al progettista Renzo Piano. Tuttavia, è pur vero che ai vertici federali e Uefa Bari piace per logistica, collegamenti e spazi interni di uno stadio che, sotto tale aspetto, sarebbe ideale per l’accoglienza della più importante manifestazione calcistica continentale. Una reale apertura avverrebbe soltanto in due casi: o con un’ulteriore riduzione sugli standard richiesti (in fondo, dal 2022 il San Nicola ha pur sempre vissuto un restyling da 12 milioni di euro che ha ammodernato impiantistica, illuminazione interna ed esterna, posti a sedere ed il ripristino della copertura esistente) oppure sarebbe indispensabile un aiuto governativo per sostenere una spesa altrimenti non alla portata, come sottolineato dal sindaco Vito Leccese.















