Lunedì l’aereo con a bordo il premier israeliano Benjamin Netanyahu si alzerà in volo da Tel Aviv con destinazione Washington. Dove il giorno seguente è atteso alla Casa Bianca. Per un incontro che ha insistentemente voluto, e praticamente imposto a Donald Trump. Contro, molto probabilmente, il parere degli stretti collaboratori del presidente, e si mormora dello stesso vice presidente J.D. Vance.
L’occasione che ha aperto le porte alla visita di Netanyahu negli Usa ufficialmente è la partecipazione alla cerimonia in memoria del senatore repubblicano Lindsey Graham, recentemente scomparso. Graham è stato un accanito sostenitore delle posizioni del primo ministro israeliano, inclusa la linea da tenere nei rapporti con l’Iran, dalle sanzioni al conflitto, sperticandosi nel corso degli anni al Congresso e con Trump. L’ultima volta che Bibi si è seduto nella stanza ovale era l’11 febbraio, vigilia della campagna congiunta contro Teheran. Allora, il falco del Likud avrebbe convinto o trascinato il presidente statunitense nel pantano della guerra, che teoricamente avrebbe dovuto avere l’esito di rovesciare il regime degli Ayatollah. Cinque mesi dopo, lo stretto di Hormuz è ancora un imbuto, da cui è complicato passare, e in cielo volano missili. Cinque mesi dopo, in patria la popolarità per i due leader della destra populista è in picchiata, con le elezioni che si avvicinano. Entrambi navigano in cattive acque. Il faccia a faccia lascia pensare che una nuova escalation nel Golfo sia prossima. Certa invece l’operazione lanciata dall’esercito israeliano in Cisgiordania in queste ore. Propaganda e guerra è la modalità scelta da Netanyahu in questo ennesimo referendum pro o contro la sua persona. L’elezione forse più difficile di sempre per il più longevo, ormai, premier di Israele.












