Prima di partecipare con il presidente ucraino Zelensky alle esequie di Linsday Graham, grande amico politico dello stato ebraico e di Kyiv nel Partito repubblicano (“stacca la spina a Israele e Dio la staccherà a te”, diceva il senatore della Carolina del sud), il premier israeliano Benjamin Netanyahu ieri è arrivato alla Casa Bianca per il primo incontro a porte chiuse con Donald Trump da quando è stata lanciata la guerra contro la Repubblica islamica cinque mesi fa.Ma se Israele batte ancora i tamburi di guerra, Trump sembra di nuovo seguire un altro ritmo. “Netanyahu vuole convincere Trump a riprendere le operazioni militari”, dice al Foglio Nahum Barnea, il decano del giornalismo israeliano. “Trump non era entusiasta nel riceverlo, ma non aveva scelta, visti i funerali di Graham, vicinissimo a Israele. Trump non sa cosa fare sull’Iran e ha un gravissimo problema. Se vuole avviare un’ampia operazione militare contro l’Iran, la presenza di Netanyahu non è di aiuto. Le persone della sua base diranno che ‘Netanyahu controlla la guerra’ e l’ego gigantesco di Trump questo non lo sopporta. Ma se non vuole riprendere la guerra, farsi vedere con Netanyahu non è di aiuto. Deve dire alla sua base che ogni decisione è solo sua. E se per l’America è una guerra di scelta, per Israele è una guerra di necessità”. Secondo Barnea, dall’inizio della guerra le strade di Trump e Netanyahu si sono separate. “Trump ha seguito il percorso tracciato da Qatar, Turchia e dagli interessi economici dei principali esponenti in medio oriente. Il governo israeliano è indietro”. Netanyahu avrebbe informato Trump sulle manovre atomiche dell’Iran a Pickaxe Mountain.“Non ho bisogno che Bibi me lo dica, me lo sta dicendo perché vuole che io resti coinvolto”, ha detto Trump a Fox & Friends. “So esattamente cosa sta succedendo a Pickaxe e non è un grande problema”. Trump ha anche parlato di “colloqui molto buoni con l’Iran”. Il New York Times, citando fonti dell’Amministrazione, aveva scritto che Trump ha rinviato l’attacco a Teheran a causa della carenza di missili Patriot. “Una scusa per non finire la guerra”, secondo un editoriale del Wall Street Journal e che esprime la linea del giornale. Ma c’è anche l’opposizione degli stati del Golfo a un’ulteriore escalation e l’opposizione interna all’Amministrazione a continuare la guerra guidata da J. D. Vance, che un giorno sì e l’altro pure critica la “lobby israeliana” e presente ieri all’incontro con Netanyahu.Un alto funzionario israeliano a conoscenza dei colloqui ha dichiarato a Yedioth Ahronoth: “L’escalation è inevitabile, sia ora sia più avanti. Un accordo in questa fase darebbe solo vento in poppa agli iraniani per continuare i loro programmi”. La preoccupazione di Israele è che la revoca delle sanzioni e lo sblocco dei fondi riverserebbero miliardi nelle casse del regime iraniano, consentendogli di ricostruire il programma nucleare, le forze missilistiche e i proxy. Gerusalemme preferirebbe che non ci fosse alcun accordo nelle condizioni attuali, ma Netanyahu sa che, se Trump scegliesse la via diplomatica, Israele non potrebbe impedirlo. Per questo ieri Netanyahu è andato alla Casa Bianca per cercare di ottenere una serie di linee rosse volte a limitare la capacità dell’Iran di ricostruirsi, riarmarsi e avvicinarsi a un’arma nucleare. Domenica mattina è stato riferito che la riunione del gabinetto di sicurezza d’Israele si è tenuta in una struttura sotterranea protetta. Una fuga di notizie che avrebbe uno scopo: far capire agli iraniani che il prossimo round è vicino.E ieri il ministro israeliano della Difesa, Israel Katz, ha rivelato per la prima volta che i caccia americani sono decollati da Israele per bombardare l’Iran. Dall’incontro di ieri con Trump, la settima visita di Netanyahu negli Stati Uniti da quando il presidente ha iniziato il suo attuale mandato, sembra che il suo ospite fosse meno entusiasta dell’idea. Intanto un alto funzionario uscente del ministero della Difesa israeliano ha criticato la guerra. “Operativamente e militarmente ci sono risultati straordinari, i fatti parlano da soli, ma a livello strategico c’è un fallimento”, ha dichiarato Dror Shalom, che fino a pochi mesi fa guidava l’Ufficio politico-militare del ministero della Difesa, a una conferenza organizzata dall’Institute for National Security Studies, un think tank dell’Università di Tel Aviv vicino all’establishment di sicurezza critico di Netanyahu. “Anche se abbiamo fatto arretrare il programma nucleare, il regime iraniano esiste ancora e sta negoziando con gli americani sullo Stretto di Hormuz, nemmeno sulla questione nucleare. E tutto questo mentre la posizione internazionale di Israele è al minimo storico e anche i rapporti con gli Stati Uniti non sono al meglio”. Trump e Netanyahu hanno entrambi le elezioni in autunno e se Bibi cerca di capitalizzare l’amicizia, per Trump il rapporto con il premier israeliano rischia di rivelarsi un peso. Ieri un sondaggio Economist/YouGov parla di un 49 per cento di americani secondo cui Netanyahu avrebbe dovuto essere arrestato a Washington.In un video diffuso ieri dal Wall Street Journal, il senatore Graham paragona Trump e Netanyahu a Roosevelt e Churchill. Oggi la sceneggiatura della guerra sembra un po’ cambiata.
Netanyahu da Trump in cerca di linee rosse. Intervista a Nahum Barnea
Il premier israeliano è andato alla Casa Bianca per cercare di limitare la capacità di Teheran di ricostruirsi, riarmarsi e avvicinarsi a un’arma nucleare. “Sull’Iran, l’ego del presidente soffre Israele. Deve dire alla sua base che ogni decisione è solo sua. E se per l’America è una guerra di scelta, per Israele è una guerra di necessità”, dice il decano del giornalismo israeliano











