"Çe fastu achi? Dove vetu cussì sghendenada? Mi hanno skittato in testa. So' passuo. Un tramasson. Strafanti e pareci". Disinvolti, veloci, un po' sentimentali ma anche "fieri musi da can", per dirla con qualcuno di loro, termine non solo al maschile. Quelli della nuova generazione del dialetto (marilenghe per la patria Friûl) hanno riconquistato, divertendosi, i resti del parlare che padri e madri avevano abbandonato nella seconda parte del Novecento. Per loro, decine tra Veneto e Friuli-Venezia Giulia, quel parlare, che il poeta Zanzotto coccolava, non è più simbolo di povertà o campagna. Non si fanno deridere nell'usare la lingua locale al posto dell'italiano: fanno ridere. Grazie a Facebook, Tik Tok, Instagram e Youtube "dialetto e marilenghe 3.0" stanno vivendo una fase social gloriosa e gioiosa. L'equipaggio di questa avventura nella nuova lingua digitale non viaggia da solo: è aiutato in forma ufficiale dalle regioni, Veneto e Friuli Venezia Giulia che hanno fatto leggi, norme regolamenti (e dato soldi), per lasciare spazio a questi che presentano tutto quello che c'è di insolito e divertente della lingua degli antenati. Gente che se ha a disposizione un nonno, che in presa diretta canta la vita quotidiana, con una sintassi vicina a quella del Ruzante, si assicurano un diluvio di like, e follower.