di

Marco Bonarrigo

Lo show dello sloveno sull'Alpe d'Huez è già storia, mai nella storia recente del ciclismo un corridore aveva soffocato con tale veemenza ogni tentativo di ribellione al suo monopolio

Non c’è poesia, non c’è pathos, non c’è sfida, non c’è pietà per i vinti. Lungo i 13.800 metri dell’Alpe d’Huez, facendosi largo nel budello lasciato libero dai tifosi in delirio, c’è solo un ragazzo sloveno che taglia i ventuno tornanti frenando come se la strada scendesse. Lui però sale verso il cielo divorando 1.900 metri l’ora, staccando di 90 secondi il fantasma di Pantani, di due minuti lo spettro (dopato) di Armstrong, di tre Indurain.

Tadej Pogacar ha ucciso per la quinta volta il suo quinto Tour de France in modo violento, spietato: all’attacco dal primo metro dell’Alpe superando i 40 fuggitivi che lo precedevano come fossero incollati all’asfalto, illudendo solo Carapaz e Martinez (scalatori sopraffini) che ha raggiunto nel tratto finale e anticipato in volata perché non voleva che nessuno gli facesse ombra sul traguardo. Tutto senza l’appoggio di una Uae che l’aveva sostenuto alla grande nei primi dieci giorni ma adesso è sfiancata dal dover assistere un essere sovrumano.