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Tadej Pogačar ha da poco vinto il suo quinto Tour de France, il terzo di fila, in un anno in cui – in attesa di altre corse – ha già vinto 19 volte. Nessun altro ciclista si avvicina alla qualità, alla quantità e alla varietà delle sue vittorie, che spesso arrivano grazie a inesorabili attacchi fatti a decine di chilometri dall’arrivo. Avendo forse un solo paragone nella storia del ciclismo e quasi nessun paragone nello sport contemporaneo, una tale superiorità è difficile da commentare. «Abbiamo esaurito tutti i superlativi e le metafore», dice Daniel Friebe, podcaster e giornalista inglese che lavora nel ciclismo da oltre vent’anni. «Magari bravi scrittori riescono a tirar fuori qualcosa, ma è difficile».

Certo, appassionate e appassionati ne ammirano – dal vivo o in tv – l’eccezionalità, apprezzano la possibilità di poterne vedere carriera e vittorie; ma una carriera così piena di vittorie, che arrivano in quel modo, diventa anche difficile da raccontare.

Il dominio di Pogačar, sloveno di 27 anni, va avanti da anni: più passa il tempo più è evidente e vasto (quest’anno ha vinto perfino la Milano-Sanremo, una delle poche corse importanti che ancora non aveva vinto), e di conseguenza anche difficile da raccontare. Molti dettagli tecnici delle sue vittorie sono già stati analizzati, tante domande sono già state fatte, più di un giornalista o scrittore già gli ha dedicato un libro. Perfino Pogačar stesso sembra a volte quasi annoiato dal suo dominio, che è tale da far sì che spesso, quando c’è lui al via di una corsa, molti ammettano di gareggiare per il secondo posto.