Alpe D’Huez – Mai Tadej Pogacar aveva vinto su quella salita un tempo definita “mistica e mitica”, teatro ormai di un carnevale che poco ha a che vedere con la bicicletta — o forse molto, il fenomeno deve ancora essere studiato –. E così la difficoltà maggiore della maglia gialla è stata farsi largo tra mani protese, telefonini, bandiere, striscioni, fumogeni, schizzi d’acqua, norvegesi che facevano la Viking row, olandesi nostalgici dei tempi che furono, danesi orfani di Vingegaard. Orfano di un avversario lo è anche lui, Tadej, ora che Evenepoel è finito a 7’11” in classifica ed è il primo del mondo parallelo in corsa per il podio.

Pogacar: “Correvo per i mie compagni”

L’Alpe d’Huez è un nuovo capolavoro nel museo di casa Pogacar, uno dei più sudati per quello che si è detto, ma anche per la tenace resistenza di Lenny Martinez e Richard Carapaz, ripresi ai -1800 metri, ma staccati solo un km più tardi. «È la mia prima vittoria qui. L’atmosfera è stata incredibile per tutta la giornata. È stato merito di tutta la squadra, che alla fine è riuscita a portare a termine il piano. Correvo per i miei compagni». Le voci di un virus sono state scacciate via e anche Adam Yates, uno dei più malconci, è stato importante nel cuore della salita, quando Tadej era già rimasto solo. «Vederlo lì è stato quasi commovente, ha avuto tanti problemi in questi giorni».