Per anni il giornalismo gastronomico ha inseguito il desiderio,raccontando ristoranti impossibili da prenotare, ingredienti introvabili ed esperienze esclusive. Parallelamente, una parte dell’informazione alimentare ha scelto la strada dell’allarme permanente: prima il glutine, poi lo zucchero, poi la carne, poi gli alimenti ultra-processati. Tra il sogno e la paura si è persa la capacità di aiutare le persone a orientarsi.
Oggi il cibo è al centro della conversazione pubblica e ogni scelta alimentare sembra parlare di salute, ambiente, economia ed etica. Eppure l’abbondanza di informazioni genera spesso più confusione che conoscenza e tra consigli, classifiche e opinioni, molti cercano risposte semplici a questioni complesse.
Qui il giornalismo dovrebbe ritrovare la propria funzione: non amplificare polemiche o promuovere prodotti, ma fornire strumenti di comprensione, spiegando i limiti delle ricerche scientifiche, distinguendo ciò che è rilevante da ciò che è soltanto nuovo e dando proporzione ai fenomeni.
Soprattutto dovrebbe restituire contesto: un prezzo racconta anche il lavoro che c’è dietro un prodotto, così come una scelta agricola riguarda il territorio che la rende possibile.








