Definisce la questione del lavoro forzato «una scappatoia legale». La linea morbida di Trump con l’Europa una «vittoria di Wall Street». E nella fase attuale per l’Italia vede opportunità inedite, grazie alla «qualità della sua manifattura». Alec Ross è statunitense ma non ha mai nascosto il suo tifo per l’Europa. E per l’Italia. Ex consigliere per l’innovazione durante l’amministrazione Obama, oggi insegna alla Bologna Business School. Trump presenta questi nuovi dazi come una misura contro il lavoro forzato. È così o siamo davanti a un nuovo strumento di pressione geopolitica? «Il lavoro forzato non c’entra nulla. Trump si trova periodicamente a fare i conti con decisioni dei tribunali statunitensi che ritengono alcuni dei suoi dazi privi di un adeguato fondamento giuridico. Richiamando il tema del lavoro forzato, riesce invece a sfruttare una scappatoia legale che gli consente di imporli». I dazi servono a ridisegnare le catene globali del valore? O a stabilire nuovi rapporti di forza tra gli alleati? «A mio avviso, questa vicenda riguarda molto meno una riprogettazione delle catene globali del valore o un riequilibrio dei rapporti di forza tra alleati e rivali. Quella sarebbe una partita a scacchi. Io credo invece che Trump stia giocando a dama, non a scacchi». Cosa intende? «Che questa partita dovrebbe essere giocata con finezza e strategia anziché in modo grossolano. I dazi vengono imposti o revocati soprattutto sulla base di considerazioni di breve periodo. Se una persona gli è simpatica oppure no. Se ha appena avuto una buona telefonata con un leader o una cattiva. O, chissà, cosa ha visto in televisione il giorno prima». L’Ue si aspettava dazi più pesanti. Perché Trump ha scelto una linea più morbida? «L’accordo commerciale raggiunto nelle scorse settimane fissava un tetto del 15%. Se Trump avesse cercato di superare quella soglia, avrebbe messo in discussione la credibilità degli accordi già sottoscritti e si sarebbe ritrovato con un minore potere negoziale nelle trattative future. Inoltre un ulteriore aumento avrebbe spinto al ribasso i prezzi sul mercato azionario americano. E non c’è nulla che motivi Trump più dell’andamento della Borsa». Ha vinto Wall Street? «Trump non vuole irritare i suoi amici a Wall Street. Non vuole vedere diminuire il valore dei propri investimenti. E soprattutto non vuole rallentare l’economia alla vigilia delle elezioni di metà mandato». La Cina è il principale bersaglio implicito di questi nuovi dazi. «La Cina reagirà. Ma non necessariamente con una nuova escalation tariffaria. Pechino ha imparato che una guerra commerciale senza limiti danneggia entrambe le parti». Cosa dobbiamo aspettarci? «Mi aspetto una risposta più selettiva e strategica: restrizioni su materie prime critiche, pressione sulle aziende Usa presenti in Cina e un’accelerazione degli sforzi per rafforzare i rapporti economici con altri partner». Sempre più spesso il commercio viene legato a sicurezza nazionale, tecnologie strategiche, lavoro forzato e diritti. È la fine del libero scambio degli ultimi 30 anni? «Credo che non si debba esagerare il significato di tutto questo. Il libero scambio degli ultimi trent’anni non è mai stato completamente libero. Trump sta trasformando il commercio in uno strumento di pressione politica in un modo che i suoi predecessori non avevano utilizzato. Ma non siamo di fronte a un momento senza precedenti. Ritengo che dichiarare la fine della globalizzazione sia inesatto e, allo stesso tempo, ingenuo. La globalizzazione non è mai stata un percorso privo di attriti. Ha sempre avuto le sue svolte, le sue fasi di accelerazione e di rallentamento». Come dobbiamo leggere questa fase? «Quello a cui stiamo assistendo oggi è l’uso del commercio come arma. Soprattutto come risposta agli effetti negativi che la globalizzazione ha avuto nei mercati del lavoro a più alto costo. Come quello degli Stati Uniti, dove la base elettorale ha subito conseguenze negative nel corso degli ultimi trent’anni». Per un Paese esportatore come l’Italia, quali sono i rischi più concreti di questa nuova fase? «Per l’Italia il rischio più immediato è l’incertezza. Le imprese sanno adattarsi anche a dazi elevati, se le regole sono chiare e prevedibili. Ciò che rende difficile investire è non sapere se tra tre mesi i dazi saranno del 10%, del 15% o del 30%, a seconda dell’umore politico del momento. L’incertezza pesa più del livello dei dazi stessi». Vede delle opportunità? «Sì. L’Italia compete soprattutto nei segmenti ad alto valore aggiunto: macchinari, automazione, lusso, design, farmaceutica e agroalimentare di qualità. In questi settori la competizione si gioca molto meno sul prezzo e molto di più sulla qualità, sull’innovazione e sulla reputazione». L’Italia come dovrebbe rispondere a questa fase? «Non dovrebbe cercare di competere comprimendo i margini, ma esattamente il contrario: utilizzare le nuove tecnologie per aumentare la produttività, creare ancora più valore e spostarsi costantemente verso l’alto nella catena del valore. È lì che si difendono i margini, è lì che si costruisce un vantaggio competitivo duraturo ed è lì che l’Italia ha dimostrato, più volte, di saper eccellere».