A parte il programma ancora misterioso, la “leadership” da individuare, le primarie da decidere come e quando; a parte tutto questo, il cosiddetto campo progressista Schlein-Conte-Fratoianni-Bonelli deve sciogliere un paio di nodi politici tutt’altro che secondari. Il primo riguarda proprio la natura di questa alleanza. Ed è una questione antica: dov’è il suo baricentro? L’obiettivo è costruire e proporre una forza di sinistra moderata e riformatrice oppure una convergenza di gruppi radicali, preoccupati di non avere concorrenti sul quel versante (“pas d’ennemis à gauche” dicevano i francesi, che di fronti popolari se ne intendono).

Si tratta di una polemica che occupa le pagine dei giornali da molto tempo. La novità è che le elezioni ormai si avvicinano, mentre la legislatura consuma la sua ultima stagione. Ma il centrosinistra dà l’impressione di essere sempre al punto di partenza. Anzi, se si guardano le cronache, sembra che prevalgano quasi sempre le posizioni radicali. Come a Bologna, ad esempio, con la protesta immediata e violenta contro la polizia, prima ancora di vedere accertate le responsabilità nella morte del povero Fakir. La spiegazione delle “due piazze”, una ragionevole e l’altra irriducibile, non convince del tutto. Primo, perché suggerisce la convivenza di due standard ostili uno all’altro e tuttavia in qualche misura entrambi accettati. Secondo, perché nel rapporto con l’opinione pubblica si regala un vantaggio alla destra, ovviamente sempre pronta a intestarsi le campagne “legge e ordine”.