L’evoluzione delle posizioni di Elly Schlein e del Partito democratico conferma una costante della politica estera italiana: quando si avvicina la responsabilità di governo, la collocazione occidentale e atlantica resta il punto di riferimento strategico del Paese. Più che un cambio di identità, è il riconoscimento che credibilità internazionale, rapporto con gli Stati Uniti e appartenenza alla Nato continuano a rappresentare i pilastri dell’interesse nazionale

C’è un curioso paradosso nella politica italiana: a volte è proprio chi vorrebbe dimostrare l’incoerenza altrui a fotografare, involontariamente, una delle poche costanti strategiche del Paese. Marco Travaglio, nel suo editoriale sul Fatto Quotidiano, lo fa quando osserva che, alla fine, “tutti i governi italiani” finiscono per convergere su posizioni occidentali e filo-atlantiche.

La conclusione è polemica. L’intuizione, invece, è tutt’altro che peregrina. Anzi: è probabilmente una delle cose più positive che si possano dire della politica estera italiana. Perché la collocazione internazionale di Roma non può essere una variabile dipendente dalle simpatie del momento, dalle letture ideologiche o dalle campagne elettorali.

Può cambiare il governo, può cambiare la maggioranza, può cambiare il tono della relazione con Washington. Ma alla fine l’Italia torna lì: dentro l’Occidente, dentro la Nato, dentro il rapporto transatlantico. Non per automatismo, ma per una ragione molto concreta. È quella la collocazione che garantisce al Paese credibilità, affidabilità e peso internazionale.