L’Europa è morta, viva l’Europa. La torsione europeista di una ex nazionalista euroscettica come Giorgia Meloni può essere spiegata in molti modi. Uno su tutti: in un mondo alla deriva, con gli Stati Uniti nelle mani dell’imprevedibilità di Donald Trump, la Russia guidata da Vladimir Putin, invasore dell’Ucraina, e la Cina di Xi Jinping sempre più aggressiva dal punto di vista commerciale, non c’è altra strada per l’Italia se non ancorarsi all’Europa. La novità sta nella formula perseguita da Meloni: «gruppi di Paesi» uniti da interessi comuni che si riuniscono prima di ogni vertice ufficiale per costruire una «convergenza preventiva» in vista dei Consigli. E pungolare la Commissione.
Il test di Alden Biesen
Il retreat informale sulla competitività, andato in scena giovedì 12 febbraio nel castello belga di Alden Biesen, è parso segnare una svolta dei Ventisette in questo senso anche grazie all’iniziativa di Meloni. La premier italiana, tessendo una tela robusta con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, è riuscita a radunare altri 18 Paesi (tra cui la Francia di Emmanuel Macron), più la Commissione europea, in un prevertice centrato sulle tre priorità individuate nel documento orientativo messo a punto con la Germania e il supporto del Belgio: semplificazioni regolatorie e riduzione del prezzo dell’energia, appunto; completamento del mercato unico; politica commerciale «ambiziosa e pragmatica».













