ROMA – Uno che veleggia al timone di un’azienda da 5mila miliardi, dollaro più dollaro meno dipende dal buongiorno, conviene non perderlo mai di vista. Jensen Huang, l’amministratore delegato di origine taiwanese naturalizzato americano di Nvidia, società tech di Santa Clara, ripete spesso nei suoi discorsi che «dalla Cina proviene il 50% dei talenti nel campo dell’intelligenza artificiale (IA)». Cioè, la madre di tutte le tecnologie, da cui non si scappa per provare a capire quanto l’industria dell’auto abbia bisogno dell’industria del tech per garantirsi un futuro. E per la quale servono, oltre che talenti, investimenti miliardari e alleanze o cessioni di indipendenza, volute o ineludibili secondo la propria forza, in vista di un altro mondo della mobilità. Una rete intrecciata con giganti e start up del tech, in nome di un nuovo business e di un obiettivo fatto di robot invisibili alla guida di veicoli. In tempi, forse, meno lontani del previsto o del desiderato.
Tra i giganti, i chip Nvidia di Huang sono il cuore di molte automobili moderne. Componenti fisici, sono loro a controllare la climatizzazione come i sistemi di guida assistita e tante altre funzioni attraverso i software che ci girano sopra, composti da programmi e algoritmi. Tutti pazzi per i chip ad alte prestazioni di Nvidia (altrimenti non si capirebbe l’enorme capitalizzazione di Borsa): tra i clienti ci sono Mercedes, Jaguar Land Rover, Volvo, Hyundai, Toyota, i cinesi Nio, Byd, Xpeng, Li Auto, Zeekr, IM Motors e altri. La differenza è che i secondi hanno cominciato a produrre in proprio i chip più avanzati, come Xpeng, Byd, Nio, Xpeng o Geely, dichiarazione d’indipendenza all’ombra del confronto geopolitico fra Cina e Stati Uniti.









