Mentre a Roma si discute, Sagunto è espugnata (dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur). La frase di Tito Livio descrive abbastanza bene quanto accade nella contesa sull’intelligenza artificiale.

Mentre a Washington si discuteva su come gestire la nuova tecnologia, di come regolarla prima che diventasse così potente da essere incontrollabile. Mentre Donald Trump progettava come farne uno strumento di vantaggio geopolitico, e le startup impegnate nello sviluppo di modelli d’avanguardia come renderli profittevoli e al tempo stesso raccogliere il migliaio di miliardi chiesto al mercato, dall’altra parte della barricata, i concorrenti cinesi elaboravano una strategia alternativa che adesso inquieta la Silicon Valley e rischia di fare saltare il banco.

Basta ripercorrere i fatti salienti dell’ultimo mese e mezzo per giungere alla conclusione formulata mirabilmente dal sito Axios nei giorni scorsi: «Sviluppare i modelli più intelligenti al mondo potrebbe non essere più sufficiente per vincere la sfida con la Cina».

A mettere tutti davanti al fatto compiuto è stato il rilascio una settimana fa di Kimi K3, un modello linguistico di grandi dimensioni sviluppato da un’azienda di Pechino, Moonshot AI. Il lancio ha ridefinito in men che non si dica la corsa. Gli americani fino a metà giugno erano convinti di essere avanti di almeno dieci mesi, quando è comparso GLM-5.2, il modello di un’altro laboratorio cinese, Z.ai, con competenze d’avanguardia nel coding e nei compiti complessi e prestazioni allineate a quelle di Claude Opus 4.8 e di ChatGPT 5.5.