La Cassazione smonta la motivazione del Tribunale di Lecce e riapre il caso di Pietro Guadalupi. È il punto di attacco della sentenza depositata il 22 luglio 2026: per la Suprema Corte, i giudici del riesame hanno prodotto una motivazione «apparente», priva di un reale confronto con le deduzioni della difesa e incapace di spiegare perché gli elementi offerti dal ricorrente fossero irrilevanti. Un vizio così grave da imporre l’annullamento dell’ordinanza e il rinvio per un nuovo giudizio. Guadalupi è assistito dagli avvocati Danilo Di Serio e Gianvito Lillo, che avevano segnalato lacune istruttorie rimaste del tutto inesaminate.
Secondo la Cassazione, il Tribunale non ha valutato una serie di dati potenzialmente decisivi: la fonoregistrazione dell’esame della persona offesa, da cui emergeva «il forte timore manifestato dal ricorrente»; le dichiarazioni del figlio della vittima, secondo cui Guadalupi avrebbe consegnato 500 euro da versare agli Attanasi; la fattura e la chat con l’annotazione “+500”; e l’intercettazione del 28 dicembre 2024 in cui Umberto Attanasi diceva di voler «togliere tutto» proprio a Guadalupi. Elementi che avrebbero potuto sostenere la tesi difensiva: non un intermediario dell’estorsione, ma un soggetto a sua volta intimidito.







