“Falsi compiuti per coprire possibili responsabilità dei carabinieri”. Le motivazioni della sentenza della Corte di Cassazione sul caso dei depistaggi legati alla morte di Stefano Cucchi tracciano un quadro netto: secondo i giudici supremi, vi fu una condotta di falso finalizzata a coprire le eventuali responsabilità dei carabinieri del Gruppo Roma.
Nel documento, articolato in circa novanta pagine, la Quinta sezione penale ricostruisce in modo definito la dinamica dei fatti così come emerge dalle sentenze di merito. I magistrati parlano di una “chiara volontà” di impedire che le condizioni fisiche precarie di Cucchi, osservate dai militari di servizio, potessero essere collegate a quanto accaduto tra l’arresto e la permanenza nella camera di sicurezza.
Secondo la Cassazione, proprio questo passaggio temporale rappresentava un potenziale punto critico, in grado di aprire scenari sulle responsabilità degli appartenenti all’Arma. Responsabilità che avrebbero coinvolto il Gruppo Roma, al cui vertice si trovava all’epoca il generale Alessandro Casarsa.
Un altro elemento significativo riguarda la redazione delle annotazioni di servizio. I giudici evidenziano come queste fossero caratterizzate da una struttura sostanzialmente identica, tanto da rendere difficile distinguere eventuali modifiche o variazioni successive. Un aspetto ritenuto tutt’altro che casuale.










