di Aldo Truncè – Nessuna vicenda processuale come il caso Roggero si presta a diventare il grande tema di conversazione sotto il sole d’estate. Ne parlano tutti, ovunque, dal bar della spiaggia ai social network. L’opinione pubblica si trova spaccata in due fazioni nette. Da un lato c’è chi sostiene che un uomo di oltre settant’anni, vittima di un reato odioso e traumatico, non avrebbe dovuto fare un solo giorno di carcere e meritasse quasi una medaglia per aver fermato dei criminali. Dall’altro c’è chi guarda con profondo scetticismo all’operato dei magistrati, convinto che la legge si potesse applicare in modo diverso o più benevolo. In mezzo a questo scontro ci sono i giuristi che si occupano quotidianamente di diritto penale, che sanno una cosa molto semplice: la risposta data dalla giustizia nei tre gradi di giudizio non poteva essere diversa da quella che è stata. E questo non per insensibilità nei confronti di chi ha subito una rapina, ma perché nel nostro Paese esistono regole scritte che vanno applicate e che spesso chi commenta d’impulso finisce per ignorare.
Cosa prevede la legittima difesa
Facciamo allora un po’ di chiarezza, partendo dai concetti base. La legge italiana consente di difendere il proprio patrimonio anche con l’uso delle armi. Con la riforma della legittima difesa, del 2006 e successivamente del 2019, si è stabilito che, all’interno di un negozio o di un’abitazione, chi si difende da un’intrusione violenta non deve fare complessi calcoli matematici sulla proporzione tra la propria reazione e la minaccia subita. La reazione si considera sempre proporzionata, ma ad una condizione ben precisa e inderogabile: il pericolo per la vita o per l’incolumità fisica deve essere in corso nel momento esatto in cui si reagisce.












