Mao Zedong, il fondatore della Repubblica Popolare Cinese, criticava chi «guarda i fiori stando a cavallo», superficialmente. Avvertimento utile, perché, quando in Occidente si parla proprio di Cina, di rado si scende da cavallo: tutti i fiori paiono bellissimi. Questo approccio sbrigativo e fuorviante rischia di essere applicato anche allo scontro più importante di questi anni, quello che determinerà una parte enorme del futuro: il modello di intelligenza artificiale che il mondo adotterà.

Vista a volo d’uccello, la situazione è questa: i grandi gruppi hi-tech privati americani sviluppano ecosistemi di intelligenza artificiale (AI) proprietari, chiusi, e li vendono a prezzi elevati alle imprese che li utilizzano; i cinesi producono modelli open-source, cioè scaricabili gratuitamente o a bassi costi, eccellenti in certe applicazioni; il resto del mondo al momento non è in grado di competere in questa gara e difficilmente riuscirà a farlo. La grande domanda, dunque, è: si imporrà a livello globale il sistema americano, basato su enormi investimenti e sul mercato, oppure quello cinese realizzato a costi più bassi, puntando su efficienza e innovazione e orientato dallo Stato?

Nei giorni scorsi, la Cina ha lanciato la World AI Cooperation Organisation (Waico) che il presidente Xi Jinping ha definito una «pietra miliare nella storia mondiale dello sviluppo dell’AI».Si tratta di un’organizzazione creata da Pechino alla quale possono aderire i Paesi che intendono abbeverarsi al modello open-source cinese di intelligenza artificiale. Durante una conferenza a Shanghai, Xi ha invitato le nazioni del Sud del mondo a utilizzare il modello cinese, aperto e adattabile alle diverse esigenze. Ha insomma sfidato gli Stati Uniti nella competizione per creare le regole di funzionamento e di governance dell’AI nel futuro e ha proposto Pechino come leader del nuovo ordine creato dall’intelligenza artificiale; in alternativa alla Pax Silica lanciata dagli Stati Uniti alla quale hanno aderito una ventina di Paesi delle Americhe, dell’Europa e dell’Indo-Pacifico. Alla Waico si sono per ora associati 29 Paesi di Africa, America Latina, Asia, oltre a Russia e Bielorussia.La sfida tra i due modelli è entrata nella fase esplicita e la Cina sta prendendo un vantaggio. Il suo sistema open-source e a basso costo attrae i Paesi in via di sviluppo ma anche non poche imprese europee e americane dubbiose dell’opportunità di spendere grandi quantità di dollari per le AI americane delle quali ancora non si sa quali e quanti miglioramenti di produttività inducano. Anche negli Stati Uniti stanno nascendo società che scelgono il modello open-source per la distribuzione della loro intelligenza artificiale. I giganti americani dell’AI sono preoccupati, nervosi. In effetti, il discorso può sembrare chiuso, a questo punto: il modello a basso costo, cinese, batterà quello costoso, americano. A ben vedere, scendendo da cavallo, non è detto.Da un lato, i sistemi aperti hanno una pericolosità intrinseca, soprattutto quelli più avanzati: possono essere modificati, almeno parzialmente, anche da attori pericolosi, possono finire fuori controllo in mani di criminali, di terroristi, di aziende irresponsabili, di governi subdoli. Un rischio serio non solo per l’America e per l’Europa ma per la Cina stessa. Da un altro lato, il modello che Xi ha presentato come un regalo cinese all’umanità è intrinsecamente disegnato sulla base delle «caratteristiche cinesi», come le chiama il Partito Comunista: deve rispettare strettamente i valori socialisti, la stabilità politico-sociale, la sicurezza nazionale della Cina. Non solo. Mentre in Occidente si tende a integrare nei sistemi di AI valori come la democrazia e la libertà, i cinesi ritengono reazionario questo approccio, volto a ribadire un primato ideologico sul resto del mondo. Come in politica e in diplomazia, anche per quel che riguarda l’intelligenza artificiale Pechino offre invece ai Paesi che useranno il suo modello l’assoluta indifferenza al sistema politico, sia esso una dittatura, un regime repressivo, uno Stato semifallito.Inoltre, nel suo ecosistema di AI allargato ai Paesi che vi aderiscono, il governo cinese manterrà la possibilità di bloccare o disabilitare i sistemi condivisi quando ragioni di sicurezza lo dovessero richiedere (lo stesso vale per i sistemi sviluppati negli Stati Uniti, come ha già mostrato Donald Trump bloccando la diffusione di alcuni modelli molto avanzati).Per i non cinesi e i non americani, soprattutto per noi europei, la situazione è critica. Non utilizzare l’intelligenza artificiale o usarne sistemi poco sviluppati significherebbe condannarsi a un declino progressivo, non solo economico. Adottare l’AI americana ci renderebbe dipendenti dalle scelte e dalle fortune dei grandi gruppi hi-tech degli Stati Uniti e rischieremmo di subire le decisioni politiche di Washington. Rivolgersi all’AI cinese, d’altra parte, vorrebbe dire entrare nell’ecosistema egemonizzato da Pechino, presi in una rete autoritaria dalla quale sarebbe difficile, se non impossibile, districarsi. Per sviluppare un’AI propria e competitiva, siamo in un ritardo con ogni probabilità incolmabile — dicono gli esperti —, se non per qualche nicchia di attività.È questo il vero decoupling che si prospetta, il disaccoppiamento competitivo tra la sfera americano-occidentale e la sfera dell’«AI rossa» egemonizzata dalla Cina. Una nuova Guerra Fredda, ipertecnologica: se si scende da cavallo, la si vede.