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Stefania Ulivi, inviata a Venezia

Il direttore della Mostra commenta: «Guerre, migranti, famiglie. Venezia specchio della realtà»

Alberto Barbera ha presentato la sua diciottesima edizione da direttore artistico — lo è stato dal 1999 al 2001, quindi di nuovo dal 2012 — come una delle più politiche di sempre, con forti risonanze di crisi e conflitti: Gaza, Ucraina, Bielorussia. «I film sono gli hashtag del mondo contemporaneo», sintetizza. Una Mostra, assicura, che non abdica al suo compito, mettere in primo piano il cinema come miglior strumento di conoscenza della realtà, con tutte le sue ferite, speranze e contraddizioni. «Basta scorrere l’elenco, non manca nulla dei conflitti e delle crisi con cui dobbiamo fare i conti oggi». Guerre, dittature, cambiamenti climatici, giovani e famiglie alle prese con le incognite del futuro. « Il cinema è sempre stato una spugna che assorbe problemi della contemporaneità. Venezia è una finestra aperta, senza pregiudizi di sorta, con cineasti da ogni parte del mondo». Mette le mani avanti. «Mi auguro che non ci siano polemiche. Siamo un luogo di confronto». Ma un caso è già aperto. C’è solo una regista in gara a Venezia, contro le sei dell’edizione scorsa, proprio nell’anno in cui a guidare le giurie — Concorso, Orizzonti e Opera prima —, sono tre cineaste: Maggie Gyllenhaal, Valerie Donzelli e Carolina Cavalli. È la danese di origini egiziane May el-Toukhy con la sua opera seconda, dal titolo beffardamente profetico, Woman Unknown.