di

Marco Molino

Il naturalista Maurizio Simeone racconta come in vent'anni, attraverso una cura quotidiana e la sensibilizzazione di istituzioni e cittadini, è nata l'area protetta

È un mattino soleggiato quando puntiamo il teleobiettivo sul promontorio di Posillipo, panoramico quartiere napoletano già individuato dagli antichissimi residenti come luogo ideale per allontanarsi dal caos (anche allora) del centro cittadino. «Pause» e «Lypon», due sostantivi di origine greca, formavano il nome Pausilypon che significava pausa dagli affanni o fine dei dolori. Dunque, mettiamola bene a fuoco questa collina che affonda le sue primordiali radici di tufo in un mare pregno di biodiversità e di storia. Zoomiamo in particolare su una minuscola baia incantata, un tratto di costa rocciosa, due isolotti fuori dal tempo. Un piccolo paradiso che si chiama Gaiola e deve essere difeso giorno per giorno dalle incursioni dei pescatori abusivi, dagli scarichi incontrollati, dalle persone poco sensibili nei confronti della tutela ambientale e del patrimonio culturale. Un impegno quotidiano che certamente costa qualche «affanno» di troppo, ma che il naturalista Maurizio Simeone ha assunto oltre vent’anni fa come una sorta di patto con sé stesso. «A quei tempi – racconta – stiamo parlando del 2002 e 2003, la Gaiola era ancora in totale stato di abbandono e degrado, e non vi era alcuna consapevolezza di quello che c'era lì sotto a pochi metri di profondità. Ricordo che quando iniziammo le prime mappature delle strutture archeologiche sommerse per andare a misurare l’attacco tra l’opera muraria ed il banco di tufo sul fondo, bisognava prima scavare tra i rifiuti». La scoperta di quel lembo di costa ferito fu quasi «una folgorazione» che cambiò la sua vita. «Lì sotto nacque l’idea di non emigrare all’estero ma di mettere al servizio della mia città le competenze universitarie acquisite nell’ambito delle Scienze ambientali marine, fondando quel Centro studi interdisciplinari che avrebbe poi gestito l’Area Marina Protetta Parco sommerso di Gaiola».