Addio, Codice da Vinci. Per i lettori italiani il romanzo dell’estate è il Codice Lavitola. Decifrare, a una seconda lettura, la filigrana nascosta nei suoi messaggi è un’impresa degna di Robert Langdon, il professore di simbologia religiosa di Harvard protagonista del bestseller di Dan Brown. Solo che qui non ci sono il Louvre e il Santo Graal: ci sono un attentato, un’inchiesta della Dda e una sequenza di parole che, invece di chiarire, infittiscono il mistero. La filigrana sta proprio in quel denso non detto che, riascoltando una per una le frasi di Lavitola, si può scorgere sotto la coltre del sottotesto.

«La pista credo di sapere quale sia. Non conosco il vero mandante, ma conosco le motivazioni». Valter Lavitola lo dice a Filorosso, su Rai2. Il giorno dopo ridimensiona: «È stato solo uno stupido sfogo». Ma Lavitola non è affatto uno stupido. Perché Lavitola sostiene di conoscere il movente di un attentato per il quale la Procura di Roma lo ha iscritto nel registro degli indagati proprio come presunto mandante.

L’ordigno è esploso il 16 ottobre 2025 davanti all’abitazione di Sigfrido Ranucci, a Campo Ascolano. Il 30 giugno sono state arrestate quattro persone indicate dagli inquirenti come presunti esecutori materiali. L’inchiesta è ancora in corso e vale, naturalmente, la presunzione d’innocenza. Ma il racconto pubblico di Lavitola è diventato ormai un’inchiesta parallela: parla con i giornali, con le televisioni, con chiunque gli chieda una versione. Con i magistrati, invece, soltanto dichiarazioni spontanee.