Beato Angelico, Annunciazione, Museo del Prado, Madrid, 1435 circa (PD)

Due angeli, in un refettorio del Quattrocento, servono a una tavolata di frati presieduta da San Domenico. Il formato è minuscolo, la scena quasi nascosta: il sesto dei sette riquadri della predella collocata sotto la grande Incoronazione della Vergine, oggi conservata al Louvre, dipinta da Beato Angelico tra il 1434 e il 1435. Un'immagine che rimanda a un episodio preciso della tradizione domenicana: il cosiddetto “miracolo dei pani”, con cui la provvidenza divina avrebbe soccorso nel 1218 la comunità affamata riunita a Bologna.

Da quel piccolo prodigio dipinto, da quel nutrimento donato agli uomini prende avvio l'ultimo saggio di Gaspare Polizzi, Il pane degli angeli. Il cibo della conoscenza, da Beato Angelico ad Anselm Kiefer (Aesthetica Edizioni, 2026), libro che attraversa con la libertà dei grandi viaggi intellettuali epoche, arti, tradizioni culturali e intellettuali. E se angeli e pane, sembra suggerire Polizzi, filosofo e docente di didattica della comunicazione all'Università di Pisa, oltre che figure teologiche fossero anche simboli ancora capaci di parlare al presente? E se l'immensa iconografia che dall'Annunciazione conduce agli angeli feriti e caduti fosse, più che una Biblia pauperum, una lunga riflessione sulla natura relazionale dell'essere umano, che racconta il modo in cui la cultura occidentale ha pensato e continua a pensare la comunicazione, la trasmissione del sapere e il rapporto tra conoscenza e responsabilità?