Il Beato Angelico è senz’altro il pittore star dell’autunno 2025. Firenze prepara una monumentale celebrazione che comincerà il 26 settembre per concludersi il 25 gennaio del 2026. Si articolerà tra Palazzo Strozzi e il Museo di San Marco. Il Beato Angelico, pittore degli angeli con ali di farfalla, artista della rarefazione, creatore di figure di trasparente purezza, non può lasciare indifferenti. Molti si sono interessati al suo lavoro, venendone spesso letteralmente conquistati al di là di ogni competenza. Un esempio di molto significato si trova nel libro «L’opera completa dell’Angelico» pubblicato da Rizzoli nel 1970. In quel volume la presentazione, densa e potente, «Il beato propagandista del Paradiso» è firmata da Elsa Morante. L’autrice muove da una robusta serie di «pregiudizi scostanti» che le erano appartenuti e confessa subito un suo antico senso di distanza: «agli artisti, come ai santi, noi chiediamo la difficile carità di rispondere alle nostre domande più disperate e confuse; però solo alcuni fra loro sembrano prometterci una risposta». Da questi esclude l’Angelico, annoverato tra quelli che «ci scansano, trattandoci da stranieri».
Subito la scrittrice comincia una lucida disamina della propria diffidenza iniziale, individuandone le radici profonde: «La povera mia (nostra) lingua materna è cresciuta nella fabbrica deformante delle città degradate, fra le lotte evasive dei meccanismi schiavistici, e le ripugnanti, continue tentazioni della bruttezza […] come potrà, dunque, una nel mio-nostro stato, non dico capire, ma perdonare quella lingua beata e angelica? Forse, le mie resistenze al Beato pittore sono colpa, soprattutto, della mia invidia». L’invidia di chi è perduto in un fragoroso mare di vuoto: «purtroppo, le voci dei defunti qua non riusciamo a udirle più, attraverso questo fracasso atomico che ci assorda. E quelle dei vivi, sono esse stesse troppo chiassose, per meritare la nostra fiducia. I sapienti, di regola, non fanno tanto rumore». Al riguardo, Elsa Morante usa, in una annotazione piena di allarme, parole fulminanti: «la manifestazione dell’irrealtà, cioè la bruttezza, è un mostro recente». Una iattura che ci insegue mentre dimoriamo inquieti e prigionieri «nel nostro solito albergo sul tetto dell’Inferno». Il destino del Beato Angelico era stato diverso, mai assimilabile a quello nel quale si muovono con afflizione gli uomini comuni: «fino dal giorno che ha aperto gli occhi, s’è innamorato della luce. Il suo è un affetto felice e corrisposto, giacché la luce lo aspetta ogni giorno […] consegnandogli, per la fede del loro affetto reciproco, il segreto magistrale dell’arte visiva». Un incontro unico e rivoluzionario, dunque, che arrivava ad altissime vette esclusive «fino a lui, la luce, pure essendo, necessariamente, la sorgente della pittura, non ne era stata l’ascesi e l’argomento». Veleggiando sulla sua «nave di fiducia» il pittore aveva attraversato la propria vita. «La leggenda racconta che l’Angelico dipingeva in ginocchio. E alcuni critici, davanti al segreto di certe sue luci, si sono poi domandati: estasi o scienza?» Elsa Morante osserva il mistero dell’Angelico e comincia a spiegarlo rendendolo parola. Nel «Giudizio Universale» l’«Impero del Male è un’osteria di cannibali, murati dentro la loro cantina, senz’altra illuminazione che quella dei loro fuochi nefandi. E la Repubblica del Bene, invece, è un ballo mattiniero all’aperto, su un bel prato da dove, per una salitella fiesolana, si arriva al piccolo uscio radioso che porta alle stanze della luce (molto simili al palazzo delle fate)». Così la «festa invisibile» si fa «epifania terrestre». La rappresentazione del sacro passa per una leggibile «gerarchia degli splendori» e «culmina nel segno dell’oro». Elsa Morante studia il Beato Angelico e arriva a sorprenderlo quando «ricama con una minuzia incantata le vesti degli angeli, e pettina i loro capelli con la cura di una sorella attenta». In quei suoi angeli patrimonio di grazia, la scrittrice non riconosce «bambolette agghindate», viceversa, li vede « nati come nascono i fiori, con le loro ciocche e piume già ordinate e i loro eleganti vestiti non tessuti né cuciti da nessun operaio». Di fronte al lascito intero del Beato Angelico, esprime un riconoscimento di valore pieno e sicuro: «nessun vizio retorico, nessuna unzione bigotta corrompe i suoi gesti». Nel particolare sono le predelle a conquistarla completamente: «Qui le partiture colorate della luce hanno variazioni più familiari, cantabili. Una popolazione minuta di artigianelli, di soldati e di mercantucci anima le piazze delle vocazioni, delle salvazioni e dei martirii. Le scene delle “Presentazioni” e dei miracoli sono piccoli chiostri e cortili fiorentini, terrazze melodiose, camerette arredate all’uso toscano o fiammingo. La casa della “Visitazione” si affaccia sul lago Trasimeno». Un autentico prodigio Elsa Morante ravvisa infine negli affreschi del convento di San Marco. Pensa che il Beato Angelico avrebbe potuto dipingerli persino a occhi chiusi poiché: «stavolta i colori non glieli ha portati il senso della vista, ma la memoria, che è un’altra testimonianza della luce. Nell’assenza dal tempo e dallo spazio, tutto è memoria: l’evento presente, quello che è già accaduto e quello che deve ancora accadere».






