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Fabrizio Caccia e Olivio Romanini

Piantedosi difende la polizia dopo la morte di Abderrahim Fakir: «Non temiamo nulla». E Salvini fa visita agli agenti feriti

Sessantaquattro feriti tra le forze dell’ordine nella notte del Pilastro, durante le proteste di lunedì sera per la morte di Abderrahim Fakir che hanno incendiato le vie di Bologna. Così, il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, interviene sul concetto di «odio preventivo» verso la polizia, evocato a caldo già dalla premier Giorgia Meloni. E lo fa con orgoglio: «Esiste un pregiudizio — dice Piantedosi — quando c’è qualcosa che riguarda l’azione delle forze dell’ordine: si presume, da parte di alcuni, la non legittimità. Ma noi non abbiamo timore di nulla». Torna però lo scontro istituzionale tra il Viminale e il Comune di Bologna. Uno scontro tra due persone che si conoscono bene, il sindaco Matteo Lepore e il ministro Piantedosi che di Bologna è stato prefetto.Sulla piazza di lunedì, però, ecco che è nato un giallo. Il Viminale ieri ha avviato un’istruttoria interna perché il presidio convocato da Lepore per esprimere solidarietà ai familiari di Fakir non sarebbe stato concordato con Questura e Prefettura. Che invece secondo il Comune erano state informate per tempo. Eppure, filtra sempre dal Viminale, non sarebbe stato presentato alcun formale preavviso per l’uso della piazza. Così, ieri il capogruppo alla Camera di FdI Galeazzo Bignami, bolognese doc, è tornato a chiedere le dimissioni di Lepore e anche il leader di Azione, Carlo Calenda, suo alleato alle ultime comunali, lo ha criticato. A spezzare l’isolamento è arrivato però il sostegno di tanti sindaci del centrosinistra, da Gualtieri a Sala, da Manfredi a Salis. In 35 hanno sottoscritto una lettera: «Il sindaco si è assunto la responsabilità di chiedere verità e giustizia. Le successive violenze e danneggiamenti appartengono esclusivamente a chi li ha compiuti e meritano la più ferma e netta condanna».