L’insistenza con cui l’Unione europea continua ad affastellare obiettivi su obiettivi relativi al Green Deal, continuando ad alzare l’asticella, e senza alcuna riflessione critica su come stiano realmente le cose, appare ormai veramente inspiegabile. Una coazione a ripetere senza senso. Ultimo pervenuto l’obbligo di elettrificazione dei consumi finali per un percentuale pari al 46 per cento nel 2040. Intanto Bruxelles ha mandato una lettera di messa in mora a tutti (!) i 27 paesi dell’Unione per non avere ancora recepito la precedente Direttiva sulle “case green”. Ma se tutti e 27 sono in ritardo forse c’è un problema che evidentemente non si vuole vedere. E il problema, grande come una casa, riguarda la fattibilità e i costi. La percentuale di penetrazione dell’energia elettrica sui consumi finali nell’Ue, cioè quanta dell’energia che consumiamo è soddisfatta dall’elettricità, era nel 2011 del 21 per cento, oggi è del 23. In 15 anni abbiamo guadagnato due punti. Nei prossimi 15 dovremmo guadagnarne 23.L’ Italia è più o meno allineata, un po’ sopra il 22 per cento. Da dove dovrebbero provenire i nuovi consumi elettrici? O, meglio, quali consumi oggi soddisfatti dai combustibili fossili potrebbero essere invece soddisfatti dall’elettricità? Oggi due dei drive più importanti per la crescita dei consumi elettrici sono il condizionamento e i data center. Ma questi sono consumi aggiuntivi che poco modificano le percentuali di penetrazione. Mentre invece i due settori su cui occorrerebbe intervenire sostituendo ai fossili l’elettricità sono il trasporto privato e il riscaldamento. E un po’ di industria. Auto elettriche e pompe di calore. Ma quante? I conti precisi vanno fatti: la Commissione li ha fatti? temo come al solito di no, ma possiamo dire con un discreto grado di certezza che si tratta, per l’Italia, di immatricolare almeno un paio di milioni di auto elettriche ogni anno per tutto il periodo fino al 2040 (nel 2025 sono state 94 mila) e circa un milione e mezzo di pompe di calore (500 mila nel 2025) con la stessa frequenza annuale. Inoltre l’industria dovrebbe passare dall’attuale 40 per cento, già elevato, al 50 per cento. Il menu può variare fra le diverse componenti, ma i numeri sono questi. Di dimensioni fuori dal comune. Per quanto riguarda le pompe di calore occorrere anche avere presente la tipologia dell’edilizia privata italiana. Il 60 per cento degli appartamenti ha superfici sotto i 100 metri quadrati, buona parte di essi non dispone di balconi e ha riscaldamenti autonomi con caldaie a gas. Molte sono abitate da famiglie a basso reddito per le quali una pompa di calore rappresenta un investimento importante. Sulle stesse famiglie dovrebbe poi gravare il costo di sostituzione delle vecchia auto con un’auto elettrica. Stiamo parlando di adeguare il tutto alla Direttiva di cifre di diversi centinaia di miliardi di euro. Chi mette i soldi a proposito di transizione equa e giusta? Lo stato? Ripartiamo con i bonus e i superbonus? Se si vuole continuare ad alimentare la rabbia popolare contro l’Ue, che viene capitalizzata da tutti i movimenti antieuropei, questa è la strada giusta.Poi ci sono i problemi legati alla rete elettrica, che già in questa estate ha mostrato diversi profili di insufficienza nel reggere le domande di punta, soprattutto serali. Con una massiccia introduzione di pompe di calore, condizionatori e ricariche delle batterie delle auto – da fare soprattutto nelle ore serali – occorrerà investire centinaia di miliardi per adeguarle a quel livello di domanda. Che inevitabilmente finiranno in bolletta. Naturalmente tutta l’energia utilizzata dovrà essere low carbon, che significa – in attesa di un auspicata ripresa degli investimenti in energia nucleare – fonti rinnovabili. La principale, il solare, in inverno quando le pompe di calore lavorerebbero al massimo, produce fra un terzo e un quarto rispetto all’estate. Occorrerebbe quindi sovrainvestire in impianti per trovarsi poi con grandi quantità di energia elettrica in eccesso da “tagliare” nei giorni estivi. Insomma la Commissione continua a fissare obbiettivi, senza considerare né le ricadute sociali né quelle economiche né la concreta fattibilità. L’impressione è che ormai predichi nel vento e, come dimostra la messa in mora di tutti i 27 paesi, molti comincino a non prenderla sul serio. Ma a Bruxelles non c’è proprio nessuno che fa i conti?