Nessuno vorrebbe trovarsi, nel 2050, quando avremo forse raggiunto la mitica neutralità climatica, a constatare di essere più verdi, con un ambiente migliorato ma, nello stesso tempo, più poveri. L’Unione europea avrà così colto i propri obiettivi di decarbonizzazione perdendo però, nel frattempo, tante filiere industriali colpite dalla concorrenza di altre parti del mondo meno virtuose. Questo è lo scenario che temono gli industriali italiani, tedeschi e francesi, o almeno le loro rappresentanze. In particolare dopo la riforma, annunciata venerdì dalla Commissione europea, del mercato degli Ets (Emissions trading system), ovvero quel complesso sistema di scambi di quote a pagamento per le produzioni più inquinanti. Le nuove regole, che dovranno poi essere approvate dagli altri organi europei, allentano un po’ la morsa dei costi per le aziende energivore (acciaio, chimica, carta, cemento, ecc.), allargano le quote gratuite per le produzioni a maggior rischio di delocalizzazione, disegnano una traiettoria di oneri per la decarbonizzazione meno severa. Ma non soddisfano chi chiedeva, come il governo italiano e Confindustria, un maggior coraggio. O meglio, una sostanziale marcia indietro, vista però con sospetto e preoccupazione da quella parte di industria europea e di investitori finanziari — molti dei quali italiani — più esposti su produzioni sostenibili e su tutte le tecnologie verdi.
Il falso teorema: più verdi più poveri
Le nuove regole Ue sono meno rigorose, ma il problema europeo non è il Green deal










