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Nella scorsa legislatura europea, quella tra il 2019 e il 2024, una delle questioni su cui il Parlamento e la Commissione Europea si spesero di più fu il contrasto al cambiamento climatico: venne approvato un piano ampio e molto ambizioso, diventato noto come Green Deal, che prevedeva molte misure per ridurre le emissioni inquinanti. Oggi quel piano è stato parecchio ridimensionato, e in generale l’interesse per il cambiamento climatico da parte della politica europea sembra diminuito o comunque più limitato rispetto a qualche anno fa.
Lo si è visto anche all’Assemblea generale delle Nazioni Unite che si è appena conclusa a New York: l’Unione avrebbe dovuto presentare i nuovi obiettivi di riduzione delle emissioni inquinanti entro il 2035, ma non l’ha fatto perché non è stato trovato per tempo un accordo tra i paesi membri. Al contrario la Cina, il paese che produce più emissioni inquinanti al mondo e che è sempre stato cauto sull’adozione di politiche ambientali, si è impegnata per la prima volta a ridurre le proprie emissioni.
L’effetto di queste titubanze è che l’Unione Europea, che fino a poco tempo fa era vista come molto impegnata nel contrasto al riscaldamento globale – molti nel 2019 sostenevano che stesse esercitando una «climate leadership», un ruolo di guida internazionale – sta perdendo questa rilevanza. È un fatto che ha conseguenze importanti: se l’Unione Europea insisterà meno sulle politiche ambientali in futuro, è probabile che anche altri organismi internazionali o paesi extra-europei siano meno motivati a farlo. Lo sforzo globale per contenere il cambiamento climatico, quindi, ne risentirà pesantemente.








