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Nei suoi primi sette mesi di mandato la Commissione Europea ha ridimensionato, eliminato o modificato vari pezzi del Green Deal, l’ambizioso insieme di leggi sul clima approvato nella scorsa legislatura e da sempre molto dibattuto. Era una delle misure simbolo del primo mandato della presidente della Commissione Ursula von der Leyen: è stata rieletta e quindi è ancora in carica, ma intanto sono cambiati il contesto politico e gli equilibri. Con le elezioni europee dello scorso giugno sia il Parlamento Europeo sia la Commissione si sono spostati a destra, e quindi è aumentata la rappresentazione di partiti più ostili alle misure ambientaliste. Il risultato è un Green Deal più annacquato.
In molti casi von der Leyen ha acconsentito o comunque non si è opposta alle modifiche per compiacere il suo partito, il Partito Popolare Europeo (PPE), il principale di centrodestra e quello più rappresentato in Parlamento. È successo anche in queste settimane con una proposta di direttiva contro il cosiddetto “greenwashing”, la pratica con cui un’azienda o un’organizzazione si mostra come attenta all’impatto delle proprie attività sull’ambiente, senza però affrontare davvero i problemi di cui è responsabile.










