ROMA. Nei palazzi delle istituzioni europee si sta consumando uno scontro senza precedenti. Da un lato la Commissione europea di Ursula von der Leyen, dall’altra il Parlamento guidato da Roberta Metsola, in mezzo la maggioranza che sostiene l’esecutivo comunitario. Questa settimana a far emergere una crepa nel già fragile patto fra Popolari, Socialisti e Liberali è stata la decisione unilaterale della presidente tedesca dell’Unione di ritirare la proposta di direttiva per combattere il cosiddetto “greenwashing”. Von der Leyen è stata bersagliata da tutte le parti. La sua vice e responsabile per il clima, la socialista spagnola Teresa Ribera, dice che l’Unione “non può continuare ad annacquare le sue ambizioni climatiche: la flessibilità è accettabile solo se non compromette gli obiettivi”. Ancor più dura la leader liberale di Renew - il partito di Emmanuel Macron - Valérie Hayer: «Siamo sull'orlo di una crisi istituzionale». La capogruppo spagnola dei Socialisti Iratxe Garcia Perez è “profondamente preoccupata” per la deriva procedurale della Commissione.

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dal nostro corrispondente Marco Bresolin

La direttiva ritirata da Von der Leyen nasceva con l’obiettivo di proteggere i consumatori da pratiche commerciali sleali e spingere le aziende alla trasparenza nelle comunicazioni ambientali. Un testo che non piaceva però né ai Popolari - il partito di von der Leyen - né ai Conservatori di Ecr, la formazione promossa da Giorgia Meloni che unisce diverse destre europee e fin qui impegnata in un sostegno ambiguo alla Commissione. Per Socialisti e Liberali la decisione è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso: i due partiti avevano già dovuto digerire i dietrofront sulle leggi per il ripristino della forestazione, la protezione del lupo, la stretta sulle sostanze chimiche, la carbon tax. Per dirla in sintesi, un cambio di rotta evidente rispetto all’impostazione del Green Deal, manifesto del primo mandato di Von der Leyen.